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Milano Film Festival a São Paulo
Una cronaca cine-viaggiante di Alessandro Beretta



Si ringraziano:

- IIC - Istituto Italiano di Cultura
- ICIB - Istituto di Cultura Italo Brasiliano

Un'intervista online:

- Radio Italiana

A São Paulo si arriva all'alba, partiti una decina e mezzo di ore prima da Milano stoccata nei suoi sette gradi, e accoglie una luce tropicale, umido a coperte leggere, altri colori e "ah, quella è una palma!" sotto la pensilina del parcheggio.
Poi lunghi viali, un'ora e mezza di attraversamento città, il traffico alle stelle: 12 milioni di persone, 6 milioni di macchine, la bicicletta off-limits.
Il jet-lag contenuto nei postumi dell'aereo sale e scende a onde, come la ricezione di una radio, mentre siamo qui con il cinema: immagini in movimento da inserire tra altre immagini reali.
Invitati per la "IX settimana della lingua italiana del mondo" (19-25 ottobre) dall'Istituto Italiano di Cultura, esterni è sbarcato con il Milano Film Festival all'Istituto di Cultura Italo Brasiliano con la sua segnaletica sperimentale. Cartelli come "Questa è una piazza" e "Obbligo di saluto" tappezzano i corridoi della Casa di Dante, un palazzo chiaro e educato, anni Cinquanta, nella Rua Frei Caneica, una via che punta poi all'arteria dell'immaginario sanpaulino (si dirà così? Mah...): l'Avenida Paulista, sterminata striscia di grattacieli old-school non lontani da qui.
Tre sere di programma aperte da Ainda Orangotangos (Still Orangutans, 2008) di Gustavo Spolidoro, regista brasiliano che ha vinto con il film l'edizione del 2008. Un piano sequenza lungo un giorno per le strade di Porto Alegre dove i confini realtà-sogno saltano con uno spostamento della macchina da presa. Un film per tanti personaggi che si passano il testimone di una storia che ha la logica di un Ottovolante: dunque una continua sorpresa, dal giapponese che si trova con un morto di fianco in metrò al vecchio a cui uno scrittore sconosciuto molla un romanzo delirante. La sera dopo la proiezione, uno degli italiani che ci ha invitati commenta: "Strano, ma il Brasile è veramente così".
Così, mentre hai la netta sensazione che Milano è grande come qualche quartiere di São Paulo (non tanti, ma qualche...), inevitabilmente vedi piccole piazze - che non sono piazze ma squarci - dove allestire un Festival di cinema verrebbe naturale: uno schermo gonfiabile ai piedi di un palazzo, della musica di fronte a una fontana. Dopotutto, uno dei motti di esterni è "In Public Space We Trust": crediamo nello spazio pubblico, dovunque sia. Proiettare in giro per una città, in luoghi inaspettati, è un modo per immaginare un'altra città e viverla diversamente insieme alla comunità che ci abita.
Certo, con le dovute differenze: l'urbanistica di São Paulo non vive di piazze all'europea, di landmark e punti di ritrovo che segnano il passo, ma di accumuli tagliati dalle Rua, i lunghi viali. Dunque, inventeremo il cartello "Questa non è: una Rua".

La seconda sera il pubblico viene accolto da un programma di cortometraggi sperimentali dedicati al tema "Arte, Scienza, Tecnologia", l'argomento della settimana della lingua italiana nel mondo, scavalca le barriere linguistiche e punta dritto a alcune chiavi del sistema cinema: la visione, un atto che il cinema sperimentale indaga in sè per sè, senza bisogno di una storia, e la memoria delle visioni, dunque tutti i film che possiamo aver visto, rimontati per frammenti che creano altre storie. Passano "classici" delle passate selezioni, film che grazie al progetto di ri-distribuzione riusciamo a mostrare a più persone possibili: dal cavallo filmato da 32 telecamere digitali di Equestrian (2002) di Michael Van Bakel, un omaggio ai movimenti fotografati da Just Like the Movies (2006) di Michael Kosakowski, che vinse a suo tempo il Festival remixando film americani pre-11 settembre che già raccontavano il crollo delle torri.
Intanto, in quegli stessi giorni, apre il 32 São Paulo International Film Festival: mastodontica manifestazione che coinvolge tante sale della città. Molte nuove cose del cinema sudamericano e un ripasso generoso e generale di tutti i Festival ufficiali europei, un pacchetto cinema Cannes+Berlino+Venezia che permette all'appassionato di aggiornarsi su tutto. Un festival dove uno dei main sponsor è la Petrobras, dunque il petrolio. Strano, ma neanche troppo: in Brasile una legge permette alle aziende private di non versare una parte delle tasse dovute allo Stato e di reinvestirla direttamente nella produzione di cultura. In Italia, potrebbe essere una rivoluzione; in Brasile, a suo modo, lo è già. Senza dimenticare, certo, che i problemi brasiliani sono altrove, come in un sistema educativo scadente e in un accesso alla cultura privata proibitivo (per intenderci, un libro costa come una cena in un ristorante).
Certo, qui il Milano Film Festival è in versione ridotta, ma non cambia il racconto del nostro cinema: scovare talenti, trovare del cinema indipendente e mostrarlo il più possibile.
Anche al pubblico principalmente italofono che ci ha seguito nella tre giorni. Se ogni giorno tra gli schermi dell'allestimento passava un'antologia dei cortometraggi delle edizioni passate, l'ultima sera la proiezione è stata riservata a un gruppo di cortometraggi italiani.
Dopo il racconto, come nelle serate precedenti, di come lavora il nostro Festival - dalle idee al rito pratico di visioni per la selezione -, la curiosità era di vedere come i nostri cortometraggi italiani e la loro forza, speriamo, di illuminare l'Italia per angoli lontani dalle narrative ufficiali dei media e del cinema ufficiale, fossero recepiti.
E hanno funzionato.
Il canto "La mediocrità! La mediocrità!" del protagonista del cupo video-diario di A chi è già morto e a chi sta per morire (2008) di Fulvio Pepe ha colpito come altrove raccontando la desolazione politico-morale del nostro paese, Air Linate 2003 (2003) di Massimiliano Mazzotta, con i suoi aerei che tagliano il cielo e la vita quotidiana di chi abita vicino all'aeroporto di Linate, ha confermato una delle tante situazioni paradossali in cui viviamo. Non sono mancate le domande e l'accoglienza del pubblico è stata ottima, la comunità di oriundi italiani è tra le più grandi del Sud America.
Riflettere insieme sulle stesse immagini in luoghi differenti è una prova per capire meglio se e come lavorano, per scoprirne la ricchezza. Dal cinema, all'impressione personale, come in certi tratti di quella città, dove per qualche centinaio di metri la sequenza serale luce+palazzi+colore dice Milano anni Settanta - gli architetti italiani hanno costruito molto a São Paulo - , ma è solo un istante, una finestra nel reale.
Come portando il Milano Film Festival a São Paulo abbiamo provato ad aprire una finestra nell'immaginario. E ad affacciarci insieme.

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