Stage di critica al Milano Film Festival Le recensioni in diretta degli studenti ospiti del Festival
Unmade Beds di Alexis Dos Santos
visto da Nicola Cupperi, Università di Verona
Un angelico spagnolo dal sangue bollente e dalla sbronza facile, elementi che combinati lo trascinano in un continuo ed estenuante tour de force sessuale, è in trasferta a Londra alla ricerca di un padre scomparso e dimenticato da tempo. Una spaesata belga impegnata nel tentativo di dimenticare un vecchio amore, aiutata dal caotico fato londinese finisce per trovarne uno nuovo. I nostri due protagonisti si incontrano ma non necessariamente si scontrano in una Londra abitata da squatter, musicisti indipendenti, alcool, agenti immobiliari, amore libero.
Alexis Dos Santos, argentino della Patagonia classe 1971, già acclamato per il lungometraggio d'esordio Glue datato 2006, ritorna dietro la macchina da presa per raccontare in maniera appassionata un viaggio nella Londra popolata da ventenni che, rispettando lo stereotipo, vanno alla ricerca di loro stessi evitando qualsiasi scorciatoia e preferendo, nel dubbio, soffermarsi a qualsiasi bivio e testare ogni esperienza. La narrazione, che si alterna costante fra i due protagonisti, uno che i letti sfatti del titolo li crea e l'altra che li fotografa, tende a portarci a distanza incredibilmente ravvicinata dai personaggi, quasi a suggerirci la profonda empatia nutrita dall'autore nei confronti delle sue creature. L'intero film, inoltre, si fa accompagnare dalle musiche di alcuni dei più talentuosi musicisti sulla scena indipendente londinese, personalmente scovati dal regista, fra cui fanno capolino, per la gioia del pubblico in sala, anche i Ricchi e Poveri. Eppure Unmade Beds non convince fino in fondo, lasciando l'amara sensazione di avere assistito a una versione edulcorata, laccata e politicamente corretta del Trainspotting di Danny Boyle.
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Li Tong di Nian Liu
visto da Luca Noventa, Università di Padova
È possibile descrivere il degrado di una città e l'abbrutimento dei rapporti umani in un film di una semplicità incredibile, che mira direttamente alla base dei sentimenti? Sì, è il caso di Li Tong che racconta la storia di una bambina che vive una singolare avventura all'interno di una Pechino lontana dalla città tradizionale e folklorica solitamente rappresentata al cinema.
La vicenda inizia quando Li Tong resta senza soldi e non può comprarsi il biglietto dell'autobus per tornare a casa: di qui, inizia un viaggio che vede la piccola protagonista costretta a rapportarsi con il cinico mondo degli adulti, troppo impegnato nei propri affari per badare a una bambina.
La linearità della storia, che procede senza particolari picchi e sussulti, diventa il punto di forza del film: la semplicità della vicenda si riverbera in ogni inquadratura andando a comporre una poesia che non scade mai in eccessi di lirismo e sentimentalismo.
In una Pechino che è un labirinto di strade e palazzi, Li Tong si muove senza paura con l'innocenza che contraddistingue i bambini delle fiabe, perchè Li Tong, in realtà, è una favola delicata che non smette di commuoverci ed amareggiarci. Uno splendido spaccato di una città e dei suoi abitanti, reduci da cambiamenti devastanti avvenuti in pochissimo tempo.
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Futoku (The Dark Harbour) di Naito Takatsugu
visto da Salvatore Frisina, Università di Padova
Manzo, un pescatore giapponese, vive di routine e solitudine, mentre una donna e il suo bambino si intrufolano di nascosto in casa sua, abusando regolarmente del suo tetto e del suo cibo. Quando Manzo si accorgerà di loro, non li caccerà, ma, anzi, vedrà nella donna l'unica speranza di trovare un po' di compagnia.
Una commedia che racconta una tragedia con toni legati alla tradizione cinematografica e fumettistica giapponese.
Il film unisce geometria e semplicità scenica con un umorismo da manga che rende chiara la solitudine del protagonista, ma la ironizza con tenerezza, permettendo di sorridere e insieme di riflettere. Una combinazione perfettamente riuscita. La gestualità del protagonista, semplice ma spiazzante, racconta il carattere introverso e silenzioso di Manzo facendo a meno di dialoghi didascalici. Nonostante racconti una vita di routine, non risulta mai scontata ed è questo il vero punto di forza del film. Accompagnato da un umorismo intelligente ma cinico, il film risulta a tratti superficiale, poiché i campi lunghi e i mirati piani sequenza che raccontano l'ambiente povero in cui i personaggi agiscono non vengono approfonditi. Il regista trascura un mondo che lo spettatore vorrebbe scoprire, una realtà variegata e vissuta che emerge dalla scenografia, per seguire troppo da vicino il suo personaggio. Nonostante questo, Futoku è un'opera commovente, con un tocco registico che ricorda l'Olmi di Il tempo si è fermato. Un film godibilissimo, ricco di spunti e freschezza di idee.
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Crack Willow di Martin Radich
visto da Francesco Andreose, Università di Verona
A metà tra documentario e fiction Crack Willow racconta la storia di tre persone con problemi pscicologici alle prese con l'elaborazione del lutto. Attraverso le vicende del protagonista principale, Matt Walker, incontriamo un microcosmo di esclusi, finiti ai margini della società, vittime delle loro paure e delle loro malattie. La solitudine e l'incapacità di relazionarsi con il mondo compongono il sottile filo concettuale che tiene unite le tre vicende. La trama, infatti, è quasi invisibile e lo spettatore è disorientato e catapultato in un lungo incubo che lascia la sensazione di un pugno nello stomaco. La regia ruvida, da documentario, aiuta a creare questa atmosfera: l'energia sembra contenuta a forza, pronta ad esplodere con rabbia alla prima occasione come nella seconda sequenza del film dove, forse in maniera troppo scontata, ci viene mostrato il delirio di uno dei personaggi che ha perso il padre. Crack Willow non &4egrave; un film facile, ma non può passare inosservato: la cronaca di una discesa negli abissi della psiche umana in una città (una non specificata città inglese) livida e sporca, ultima fermata per gli esclusi.
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Tobira No Muko (Left Handed) di Laurence Thrush
Visto da Nicola Cupperi, Università di Verona
Hiroshi, dopo aver fallito un test alla scuola preparatoria, si chiude in sé stesso rifiutandosi di uscire dalla propria camera. Dopo 18 mesi di reclusione la madre si rivolge a un istituto specializzato, nel tentativo di porre fine al disagio del figlio. Hiroshi, infatti, è un Hikikomori, un termine giapponese (traducibile letteralmente come "stare in disparte", "isolarsi") che indica gli adolescenti e i post adolescenti che, rifiutando la vita pubblica, si barricano in casa o nella propria camera evitando ogni contatto sociale. Tobira No Muko è il primo lungometraggio di fiction del documentarista inglese Laurence Thrush che per l'occasione si è spostato in Giappone, comprensibilmente affascinato da un fenomeno che nel paese del Sol Levante ha il suo luogo di elezione nonchè un impatto sociale rilevante (il 20% della popolazione adolescente maschile soffre della sindrome).
Hiroshi, in realtà, è il protagonista putativo della pellicola, dato che appare solo all'inizio e alla fine del film. Nel mezzo, la sua presenza ci viene negata, costringendo lo spettatore a sostituirlo al centro della vicenda e condividendo fino in fondo l'alienazione e l'annientamento del sè sociale che caratterizzano gli Hikikimori. Una sensazione che Tursh rinforza, acuendo lo spaesamento del pubblico, con un largo uso di ellissi temporali consapevolmente nascoste, passando da un piano temporale all'altro senza apparente discontinuità.Tutte soluzioni drammatiche in linea con l'obiettivo del regista: far entrare lo spettatore nel guscio vuoto rappresentato dall'assente Hiroshi.
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Gallero di Sergio Martìn Mazza
Visto da Francesco Andreose, Università di Verona
Mario un giovane gallero che alleva galli da combattimento, vive in solitudine in una zona rurale dell'Argetina e sbarca il lunario facendo piccoli lavori in altri villaggi spesso lontani dal suo. In una di queste uscite il gallero incontra Julia, una signora anziana ridotta in solitudine in seguito alla perdita di tutta la sua famiglia in un incidente. Tra i due si crea un legame che a poco a poco li porta ad abbandonarsi completamente agli slanci più primordiali.
Il film racconta una storia d'amore fuori dai canoni dove spicca l'ottima fotografia, essenziale e bilanciata, e i campi lunghi sulla campagna argentina rimangono impressi nell'occhio dello spettatore per l'acuto pittoricismo e la perfetta geometria.
Nonostante la buona tecnica, purtroppo Gallero risulta una pellicola deludente, insipida; si ha l'impressione che Mazza abbia voluto lavorare molto di sottrazione, limitando al minimo i dialoghi, ma non riuscendo a comunicare la vera essenza del suo lavoro.
L'originale sceneggiatura viene dunque depotenziata da una scelta di regia che ricerca troppo il simbolismo senza riuscire a raggiungerlo, uno stile più convenzionale avrebbe portato a un risultato migliore.
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Turistas di Alicia Scherson
Visto da Nicola Cupperi, Universitì di Verona
Carla e il marito stanno per raggiungere il campeggio in cui passeranno le vacanze. Un pesante litigio convince l'uomo ad abbandonare sul ciglio della strada la moglie che, invece di tornare a casa col primo autobus, incuriosita dall'incontro con un giovane norvegese di nome Ulrik, decide di rimanere e vivere l'avventura.
La regista Alicia Scherson è una trentacinquenne cilena con un passato di studio negli Stati Uniti; con il suo lungometraggio d'esordio, Play, ha vinto nel 2006 il premio per la Miglior Regia al prestigioso Tribeca Film Festival di New York, manifestazione creata da Robert De Niro e da sempre attenta alle cinematografie ai margini dell'Impero. La giovane cineasta torna dietro la macchina da presa con questo Turistas, nel tentativo di raccontare in maniera allegorica il viaggio attraverso la precoce crisi di mezza età della protagonista quarantenne, inquadrata e razionale scienziata trasportata in un non luogo dal ragazzo nordico, personaggio simbolo dell'irrazionalità.
Carla entra in un universo speculare a quello che normalmente le appartiene, un'esistenza piuttosto piatta accanto a un marito decisamente normale.
L'esperienza - il cui esotismo viene marcato a livello registico da un'attenta cura ai dettagli naturalistici (in opposizione alla provenienza cittadina della donna) - o, per meglio dire, la parabola vissuta da Carla la riporterà esattamente al punto di partenza, in un finale consolatorio e rassicurante ma che mantiene vivo un certo mistero. Un buon film, nato da un soggetto interessante, ben diretto e fotografato, la cui vera pecca sta in un simbolismo troppo smaccato (esemplare in tal senso la scena della tigre) la cui estrema immediatezza non impegna, e quindi non stimola, lo spettatore.
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Il figlio di Amleto di Francesco Gatti
Visto da Salvatore Frisina, Università di Padova
Un documentario su un artista vivente, Sergio Battarola, rimasto sconosciuto e segnato da una carriera poco fortunata.
Gatti si addentra nella vita privata frustrata e disillusa di quest'ultimo, lasciando libero sfogo alle sue divagazioni concettuali. La poetica dell'artista rimane confusa e frammentaria, esaltando, nonostante tutto, la sua cultura.
Dai monologhi di Battarola prende forma lentamente la figura quasi spettrale del suo unico mentore, Giovanni Testori. Ed è sul loro rapporto che il film cresce e si sviluppa.
Battarola vive un'esistenza stagnante nella stima che Testori mostra nei suoi confronti, sperando in una svolta.
Si spande così un alone macabro nella relazione, quasi platonica, tra Battarola e quest'ultimo. Un rapporto che fluttua per aneddoti tra i numerosi affreschi di vita concreta, burocratica e claustrofobica, dipinti sullo sfondo dello studio dell'artista.
Molto incisivo risulta il montaggio, alternato tra la realtà incubata e solitaria di Battarola e i video di repertorio di Testori.
Gatti lascia nascosta la poetica dell'artista per far risaltare la dignità dell'uomo. Un'operazione forse crudele, nei confronti di un personaggio che vede in lui una nuova speranza, ma coraggiosa per quanto riguarda la poetica cinematografica. Un documentario che si presenta superficialmente come un'apologia d'artista, ma che nella sua forma ermetica, enigmatica e aneddotica valorizza non tanto il singolo Battarola, ma l'umanità di ogni esistenza, con le sue speranze e le sue occasioni mancate.
Un film difficile, da seguire con attenzione, ma dalla poetica visiva spiazzante.
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Tamo I Ovde (Here and There) di Darko Lungulov
Visto da Luca Noventa, Università di Padova
Tamo I Ovde (Here and There) è una singolare storia d'amore ed integrazione tra due culture diverse, ambientato tra New York e Belgrado.
Protagonista è Robert, musicista di mezza età squattrinato, in crisi depressiva e creativa che non riesce ad impegnarsi in alcun progetto concreto.
Il protagonista incontra il serbo Branko, proprietario di una ditta di traslochi, che gli propone di andare in Serbia per sposarne la fidanzata e poterla portare negli Stati Uniti evitando i problemi dei visti.
Il trasferirsi in una città completamente diversa rappresenta l'inizio dell'avventura di Robert, costretto a rapportarsi con una realtà completamente differente dalla propria.
è l'ambiente metropolitano, infatti, a giocare un ruolo fondamentale all'interno dell'economia del film. Nella caotica New York, Robert non riesce a trovare la propria arte, la propria gioia di vivere; nella più umana Belgrado, in cui i contatti avvengono sempre con una schietta sincerità di fondo, l'aiuto più importante al cambiamento del protagonista avviene grazie alla madre di Branko. I due condividono la stessa esperienza di solitudine da cui ripartire ed arrivare alla comprensione che è sempre possibile porre delle nuove basi alla propria vita.
Commedia estremamente consolatoria che non risparmia un costante amaro in bocca allo spettatore, Tamo I Ovde è un'opera esemplare che basa la propria poetica sull'analisi dei rapporti umani visti senza ipocrisia e sentimentalismo.
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Mary and Max di Adam Elliot
Visto da Luca Noventa, Università di Padova
Partendo da una travolgente corrispondenza epistolare, Mary and Max diventa uno scoppiettante lungometraggio d'animazione.
L'australiana Mary, una bambina che vive in una famiglia opprimente, inizia a scriversi con l'americano Max, un anziano che vive solo e isolato dal mondo.
Dall'intenso epistolario nasce un forte legame tra i due che li segnerà (nel bene e nel male) per tutta la vita.
L'ambientazione del film è spaccata in due nette metà: da una parte una colorata Australia, dall'altra una New York in bianco e nero che sembra figlia di un noir anni '30 e di un comic di Frank Miller.
È in questi luoghi nettamente contrapposti che si svolgono le vite di Mary and Max, accomunate dalla solitudine e dall'incapacità di creare legami con il mondo esterno.
Grazie alla sincerità nel descrivere le proprie emozioni, ognuno dei due personaggi imparerà dagli errori e dalle esperienze dell'altro nel tentativo, non facile, di comprendere i meccanismi di una società dipinta in maniera impietosa e spietata.
La colonna sonora emozionante e la sceneggiatura vivace sono tra gli elementi più originali del film che, certamente, non è un prodotto per bambini, di quelli dove i buoni sentimenti regnano incontrastati.
Al contrario, il film è costantemente diviso tra riso e pianto, gioia e dolore.
Mary and Max sembra una maschera di carnevale che, una volta svelata, non potrà che commuovere e far riflettere sull'ipocrisia dei rapporti umani.
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Menteur (Liar) di Tom Geens
Visto da Salvatore Frisina, Università di Padova
L'alienazione e la menzogna camminano spesso a braccetto se si parla del rapporto con se stessi. Così, quando la menzogna si confronta con il mondo reale, come accade ad Antoine, le conseguenze per un personaggio che quel mondo non lo conosce risultano imprevedibili.
Antoine lavora in un negozio di computer e non sembra avere nessuna ambizione. Nel tentativo svogliato di dare una svolta alla sua vita falsifica curriculum e lavora pateticamente alla costruzione di un se stesso professionalmente accettabile.
Il rapporto con la famiglia è segnato dai suoi insuccessi ed è amplificato dal pressante confronto con il fratello, un giovane emancipato e in carriera.
Ma alla presenza di Antoine e alla sua ostinazione, l'integrità della famiglia si sfalda.
Ciò che stupisce di Menteur è la fredda semplicità con cui racconta un'esistenza senza stimoli e calore umano. Una fotografia sobria e una luce che invade ma non disturba si alleano con una telecamera distaccata e mossa per raccontare una storia che non suggerisce svolte.
Un connubio stilistico perfetto tra stile di ripresa e luce che esprime la precarietà esistenziale del protagonista dell'opera prima di Tom Geens.
Nella recitazione minimalista del cast, allora, le improvvise risate isteriche di Antoine arrivano piene di significato.
Antoine ride per esercizio, ride per paura, ride per mentire, ma soprattutto ride perchè il contrasto dei suoi gesti con il silenzio agghiacciante del mondo affettivo e sociale che lo circonda è il modo migliore per trasmettere l'insofferenza della sua anima perduta.
Menteur è un'ode crepuscolare a un mondo interiore fatto di corridoi e sale d'attesa.











