Jem Cohen

Spesso classificato come videoartista o artista tout court (alcuni dei suoi lavori sono nelle collezioni del Moma di New York, del Whitney Museum e della Melbourne's Screen Gallery), se non come autore di cinema d'essay, Cohen preferisce definirsi semplicemente un filmmaker che si dedica a osservare e registrare vari aspetti dei nostri tempi. Di fatto i suoi film e le sue installazioni video appartengono a un genere ibrido che include il documentario (soprattutto), la fiction e la sperimentazione. L'elemento unificatore di tutto il suo lavoro è l'interesse per come le persone vivono e si muovono nella realtà di tutti i giorni, un'esplorazione incessante del mistero, la bellezza e la complessità del quotidiano.
Nato nel '62 a Kabul, in Afghanistan, dopo aver vissuto in diversi paesi per via del lavoro del padre, finisce per stabilirsi a New York, città che si offre come ipertrofico soggetto di gran parte del suo lavoro. Laureato in fotografia e pittura, non ha mai frequentato una scuola di cinema, ma dai primi anni '80, assimilata la tradizione documentaria di fotografi come Walter Evans e Frank Capra e fatta propria la lezione DIY del punk rock, inizia accumulare materiali video, girati soprattutto in super 8 e in 16 mm, archiviando in pellicola tutto quello che attira la sua attenzione a New York o nei suoi viaggi per gli Stati Uniti e per il mondo. La gran parte dei film di Cohen, e molti di quelli per cui è conosciuto, potrebbero essere descritti come ritratti di città, impressioni di spazi e luoghi per cui è passato. Gli spazi della città li conosce bene, si mantiene con diversi lavori, tra cui il venditore ambulante e a questo periodo è ispirato uno dei suoi lavori più famosi Lost Book Found, il soggetto del film sono le strade della New York pre-Giuliani. Lavora anche come assistente di scena in grandi produzioni cinematografiche - una su tutte, After Hours di Scorsese, un più famoso spaccato della New York notturna. Ma la sua dimensione creativa si definisce parallelamente alla necessità di produrre in libertà, senza il bisogno di grandi investimenti e i limiti creativi legati al mondo dei grandi studi e dell'entertainment. Il suo cinema è indipendente per sua stessa natura e il suo principale strumento sarà la telecamera super 8, un apparecchio che nella sua visione sta al cinema più o meno come il registratore a 4 piste sta alla musica. Questa modalità lo porta a lavorare spesso da solo, girando, montando e producendo autonomamente i suoi film, oppure a collaborare con artisti che hanno una visione dell'arte molto vicina alla sua. I progetti nascono il più delle volte dal suo archivio, dall'accumulo di materiali girati in periodi, luoghi e persino formati diversi, che iniziano ad essere troppo corposi per essere ignorati e finiscono per confluire in veri e propri collage di immagini e suoni. I film affiorano piano piano, man mano che si accumula pellicola, man mano che la vita scorre davanti all'obiettivo. È il caso di due dei lungometraggi del nostro focus, Instrument e Benjamin Smoke, due film molto diversi tra loro ma entrambi costruiti attingendo a dieci anni di riprese di diversi musicisti, la band dei Fugazi nel primo caso e il leader degli Smoke nel secondo. Oppure dei filmati confluiti nel monumentale progetto commissionatogli nel 2007 dalla Biennale, Evening Civil Twilight in The Empires of Tin, una riflessione sul concetto di impero attraverso un confronto tra quelli che lui riconosce come i segni della decadenza dell'impero americano, raccolti in anni di riprese per le strade del suo paese, e materiali d'archivio sul declino dell'impero austro-ungarico, in una rilettura del romanzo di Joseph Roth "The Radetzky March". A descrivere la decadenza del sogno americano le canzoni di Vic Chesnutt. Il suo interesse si concentra sulla musica che nasce dalla pura urgenza espressiva e si sviluppa come resistenza culturale, piuttosto che come un mezzo per scalare le vette delle classifiche, in fondo la stessa esigenza che lo porta a filmare incessantemente quello che lo circonda.
Oltre ai musicisti già citati, negli anni Cohen ha collaborato con molti nomi più o meno noti del panorama underground e non, tra gli altri, Patty Smith, R.E.M, The Ex, Godspeed You Black Emperor, Silver Mt. Zion,
Instrument, (1999), forse il suo lavoro più noto, è un documento unico sul seminale gruppo punk di Washingthon DC dei Fugazi, frutto di dieci anni di riprese di concerti, tour, sedute di registrazione e scene di vita quotidiana, amalgamate a contributi video di vario tipo e formato e montati con i membri della band (Ian Mc Kay, Guy Picciotto, Brendan Canty e Joe Lally). Agli appassionati del genere non potrà sfuggire la dedica finale, alla memoria di D. Boon, frontman dei Minutemen, e John Cassavetes.
Stesso lasso di tempo, ma diverso protagonista, per Benjamin Smoke (2000), uno straordinario ed elegante ritratto dello scomparso frontman della band di Atlanta degli Smoke, co-diretto con Peter Sillen, frutto di dieci anni di visite, riprese e amicizia tra i registi e il leggendario musicista underground Benjamin Smoke. Il film, un ritratto che, pur senza romanticismi, la forza della circostanza trasforma in elegia, cattura il pensiero, la musica e la parabola vitale discendente di un'icona queer votata all'autodistruzione.
Building a Broken Mousetrap, codiretto con Matt Boyd, è un film sul concerto di New York del 2004 della band "experimental trance-dance avant-afro-punk improv" The Ex, un collettivo olandese indipendente attivo con diverse formazioni ma uguale impeto dal '79, la cui produzione musicale va di pari passo con l'attivismo politico.
Evening Civil Twilight in The Empires of Tin è il film tratto da un imponente spettacolo di musica, letteratura e film che il regista ha creato per una serata commissionatogli dalla Biennale nel 2007, in cui ha coinvolto i musicisti Vic Chesnutt, Guy Picciotto dei Fugazi, T. Griffin, Catherine McRae e vari membri dei Silver Meet Zion: Thierry Amar, Eric Craven, Efrim Menuck, Jessica Moss e David Payant.











