Concorso Internazionale Lungometraggi

Le donne e il crescere, il passaggio all’età adulta come “coming of age” e non solo, anche come cambiamento mentale o di stato sociale, è uno dei temi più ricorrenti del cinema degli esordienti dell’ultimo decennio. Con il rischio, ovviamente, della saturazione e della ripetitività. Quest’anno, invece, rispetto a un tema sempre centrale, con il comitato di selezione per il Concorso Internazionale Lungometraggi ci è sembrato di individuare un bel cambiamento, legato a un utilizzo inatteso dei generi. Fin dall’americano Swallow di Carlo Mirabella-Davis che usa thriller e horror per accompagnare l’ossessione della protagonista (Haley Bennett, premiata al Tribeca) nell’ingerire oggetti. Diventata ricca dopo il matrimonio, la sua mania diventa metafora e critica del benessere americano: la scalata sociale può essere un incubo. Al secondo film, dopo il cult The Giant (2016), Johannes Nyholm con Koko-di Koko-da tocca il tema del lutto – la perdita di una figlia per una coppia – risolvendolo con la figura della ripetizione e del paradosso, in un film tanto onirico quanto toccante. Inquietante è poi il percorso raccontato in A Certain Kind of Silence del ceco Michal Hogenauer dove, partendo da fatti reali, una ragazza finisce inconsapevole in una setta ultra-ortodossa, con effetti da distopia. Diversa l’adolescenza della giovane protagonista di The Sharks di Lucía Garibaldi, dove l’innocenza si perde in modi più solari. Con Guerilla di György Mór Kárpáti si va in mezzo alla guerra civile ungherese, nel 1849, tra i tormenti della gioventù e di una vita in comune in sospeso. In O Fim do Mundo del portoghese Basil Da Cunha la periferia di Lisbona è il teatro di una storia di formazione violenta, ma corale. Più solare, vintage e malinconico, è il rito di passaggio di gruppo nel coloratissimo e musicale Ham on Rye dell’americano Tyler Taormina. I generi diventano i mezzi per spingere e tradurre altri drammi e pulsioni.